Il peperoncino calabrese, una vera “punizione divina”

Il valore della cucina calabrese ha da qualche anno varcato i confini nazionali per essere apprezzato in tutto il mondo. Dal riconoscimento del New York Times alla certificazione Welcome Chinese, passando per l’attività promulgativa di Lidia Bastianich, l’amore per i prodotti tipici della Calabria è ormai cosa nota e affermata in tutto il mondo. Tra gli alimenti caratteristici della regione di punta un posto d’onore lo occupa il peperoncino calabrese. Diavolicchio, spagnolicchio, “u’pipi”… tanti i nomi per indicare un solo alimento in grado di incarnare la vera anima di questa terra: il peperoncino. Considerato sacro e di grande pregio, il peperoncino calabrese ha una storia molto antica e custodisce incredibili proprietà benefiche e curative per l’organismo. “A mezzanotte seppi che avevo trovato un tesoro”. Così disse il medico ungherese Albert Szent Giörgyi dopo aver scoperto che il peperoncino è una fonte abbondante di Vitamina C, intuizione che gli valse il Premio Nobel. Peperoncino sott’olio, una “punizione divina” Uno dei modi più durevoli e gustosi di utilizzare il peperoncino calabrese è quello di conservarlo nell’olio. Il sapore aromatizzato, il profumo intenso e la piacevole croccantezza rendono il peperoncino sott’olio ideale per insaporire i primi piatti, per marinare il pesce e la carne alla griglia oppure da offrire come sfizioso aperitivo. Una volta gustati tutti i peperoncini sott’olio poi si può utilizzare l’eccellente olio santo per rendere le proprie pietanze ancora più piccanti e briose. di Virna Cipriani

“Il Ballo di San Vito” diventerà un festival musicale

Il culto di San Vito ha origini antichissime. Il suo nome deriva dalla lingua sassone e significa “bellicoso”. Il santo viene celebrato il 15 Giugno. San Vito detto di “Lucania” è sepolto a Marigliano in Campania. Le celebrazioni per San Vito hanno inizio intorno al V secolo. La sua vita e il suo operato sono poco documentabili.  Nel corso dei secoli le gesta di San Vito hanno alimentato leggende popolari soprattutto nel Sud Italia. Il Santo visse nel Cilento gran parte della sua adolescenza. I miracoli a lui attribuiti sono legati all’imperatore Diocleziano e al periodo delle persecuzioni. Grande taumaturgo, San Vito  fu convocato dall’imperatore per guarire suo figlio da attacchi di epilessia. Diocleziano impose al santo di giurare fedeltà ai romani ma egli rifiutò. Condannato a morte, vani si dimostrarono i tentativi di tortura dell’imperatore romano. I leoni che dovevano ucciderlo gli si inchinarono ai piedi in segno di devozione. L’imperatore decise quindi di torturarlo in maniera efferata legandolo alle estremità per squartare il suo corpo. Ma leggenda vuole che il santo fu miracolosamente salvato da alcuni angeli che apparvero in cielo. Il suo corpo fu portato sulle rive del fiume Sele dove morì. Protettore di artisti e danzatori, il nome di San Vito è legato al caratteristico movimento continuo dei malati di cui si prendeva cura. La cittadina di Filetto nel Cilento è particolarmente legata al Santo, cui  ha dedicato recentemente la rassegna culturale “Il Ballo di San Vito”.  Nove giorni di incontri d’autore, tra miti pagani e religione. Una novena che ha attirato tanti turisti soprattutto dal Meridione alla scoperta delle origini del Santo e dei canti religiosi a lui dedicati. Un iniziativa per riscoprire il territorio e le antiche tradizioni. Il successo dell’iniziativa ha convinto gli organizzatori ad annunciare per Giugno 2020 il Festival musicale “Il Ballo di San Vito”. Un’iniziativa unica nel suo genere. Le maestranze sono già a lavoro per porre le basi della manifestazione. Un festival musicale all’insegna della cultura popolare e delle tradizioni religiose. Alla scoperta di uno dei santi e delle leggende più famose di tutto il sud d’italia. Sergio Cimmino

Pembrokeshire: rinvenuti pezzi di un carro della tarda Età del Ferro

Un team di archeologi gallesi, nella giornata di ieri (25 giugno 2019), ha riportato alla luce numerosi manufatti dal primo sito di sepoltura di carri celtici rinvenuto nel sud della Gran Bretagna.  Due ruote di ferro e una spada, provenienti dai resti di un carro della tarda Età del Ferro, sono stati recuperati durante unoscavo nel Pembrokeshire. Il luogo esatto del ritrovamento rimane un segreto e segue la scoperta di oggetti decorativi da parte di un appassionato di metal detector, avvenuta a febbraio 2018. Gli archeologi avevavo già sospettato che avrebbero scoperto di più sotto i terreni agricoli in cui l’appassionato di metal detector, Mike Smith, ha rinvenuto un gran numero di reperti associati ad un carro. Dopo una prima investigazione, avvenuta a giugno 2018, un nuovo scavo è stato iniziato tra marzo e aprile 2019, quest’ultimo finanziato dal Museo Nazionale del Galles insieme a Cadw e al National Lottery Heritage Fund. La squadra ha scoperto fino ad adesso manufatti in bronzo, le raggiere in ferro delle ruote dei carri e una spada di ferro. Adam Gwilt, principale curatore della sezione archeologia preistorica del Museo Nazionale del Galles, ha dichiarato: “È il primo cimitero di carri finora rinvenuto non solo nel Galles, ma in tutto il sud della Gran Bretagna. I carri, sia come veicoli da cerimonia che da guerra, venivano utilizzati per esibire la potenza e l’identità dei proprietari o dei gruppi tribali nella Britannia della tarda Età del Ferro, come dimostrano alcune delle splendide decorazioni che abbiamo rinvenuto sui reperti.” Per il momento non si sa ancora molto sul proprietario, ma Gwilt ipotizza che i pezzi dei carri appartenevano ad un uomo, o anche ad una donna, di spicco che viveva all’interno di queste comunità. Il Museo Nazionale del Galles spera di riuscire ad acquistare gli altri oggetti dal signor Smith, di modo che possano essere esposti accanto alle ruote e alla spada del carro nel Museo Nazionale di Storia di Saint Fagans. Parlando del ritrovamento, la dottoressa Kate Roberts ha aggiunto che, una scoperta simile, è facile che stuzzichi l’immaginazione “È normale chiedersi chi fosse l’auriga di questo carro e come fosse il mondo in cui viveva.” Studiando questi reperti, gli archeologi sperano di riuscire a scoprire di più sul periodo in cui l’Impero Romano stava per spazzare via il Galles. Di Francesca Orelli

Labrador sta cambiando e adesso i suoi siti archeologici sono a rischio

Lo scongelamento del permafrost e l’erosione delle coste stanno mettendo a serio rischio i preziosi siti archeologici del Canada Settentrionale, inclusi quelli del Labrador. Jamie Brake, un archeologo che lavora per il governo Nunatsiavut nel Labrador, ha dichiarato che sta ancora cercando di capire la portata del problema. È però certo che, anche se non se ne conosce l’entità, non si tratta di un piccolo problema: “È potenzialmente enorme” ha aggiunto Brake. Un articolo recente, apparso sul Toronto Star, aveva già illustrato gli effetti devastanti del cambiamento del clima: un sito basco, situato sulla Red Bay e risalente al XVI secolo, ha rischiato più volte di essere inghiottito dal mare nell’ultimo decennio. Oltre a quello della Red Bay, un altro sito che sarebbe a rischio è quello di Dorset, in cui sono state ritrovate testimonianze risalenti alla preistoria degli Inuit e dove, ancora adesso, si trovano dei depositi congelati ben conservati, tra i quali uno in cui sono state rinvenute carcasse di animali mangiati dagli Inuit. Non è però solo l’erosione delle coste a minacciare i siti archeologici, ma anche lo scongelamento del permafrost, visto che qualsiasi materiale organico conservato nel terreno, con il disgelo, è destinato a marcire. Brake ha detto che il problema è ben noto, dato che nel corso degli anni è stato documentato, ma che solo di recente si è aggravato a causa dei cambiamenti climatici. E, guarda caso, i siti di più alto valore sono anche quelli più a rischio. I siti vicino all’oceano, come quello di Red Bay, sono a rischio, ma anche quelli situati nelle aree della Tundra non possono stare tranquilli, perché rischiano di essere soffocati da una vegetazione con cui, prima d’ora, non si sono mai confrontati. Secondo Brake, Nunatsiavut sarebbe già al lavoro per cercare di salvare questi siti. Una cosa però è certa: che si tratti di salvare dei reperti lasciati alle spalle dai balenieri baschi nel 1500 o di abitanti pre-Inuit di migliaia di anni fa, il recupero e la conservazione saranno due imprese titaniche: “Nel frattempo, sapendo che ci troviamo confrontati con un grande problema, ci vorrà uno sforzo congiunto per riuscire a stabilire la priorità dei siti da salvare. Perché, purtroppo, è improbabile che riusciremo a salvare tutto.” Di Francesca Orelli

Così parlò De Crescenzo: si è spento a Roma “l’ingegnere filosofo”

E’ deceduto a Roma Luciano De Crescenzo, dove era ricoverato da alcuni giorni per una grave polmonite. A 90 anni ci lascia un artista poliedrico, in grado di affiancare ad una cultura eccezionale l’ironia e l’arguzia tipica del popolo napoletano. Il giorno dopo la morte di Andrea Camilleri scompare un altro pezzo di quell’Italia che ha contribuito a far conoscere ai più giovani e non solo la storia, l’arte e la filosofia. Nato il 20 agosto 1928 a Napoli nel borgo di Santa Lucia, nella stessa via e palazzo in cui era nato anche il suo amico Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, De Crescenzo lavorava inizialmente come ingegnere. Lasciato il suo lavoro all’IBM a causa della sua passione per la divulgazione, De Crescenzo apre la sua carriera da scrittore nel 1977 con Così parlo Bellavista. Il suo primo romanzo con protagonista il professor Bellavista diventa un bestseller che supera le 600 mila copie. Emblematico fu il suo intervento al Maurizio Costanzo Show, dove con un clamoroso “referendum” televisivo chiese: «È meglio che faccio lo scrittore o che torno a fare l’ingegnere?». La risposta la diedero i lettori e il proseguimento di una carriera straordinaria. De Crescenzo ha pubblicato più di cinquanta libri, con quasi 20 milioni di copie vendute nel mondo. I suoi scritti sono stati tradotti in 19 lingue e diffusi in 25 Paesi. Tra i suoi titoli più noti figurano Oi dialogoi (1985), Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo (1989), La storia della filosofia greca (1983 e 1986), Fosse ’a Madonna! (2012) e Garibaldi era comunista (2013). Tra i suoi lavori per il cinema, oltre alla trasposizione della sua prima opera letteraria, rimangono gli indimenticabili cult come 32 dicembre, Croce e delizia e Sabato, domenica e lunedì di Lina Wertmüller, in cui recitò al fianco di Sophia Loren. De Crescenzo ha rappresentato un punto di riferimento per diverse generazioni, riuscendo a portare nelle case della sua Napoli e del resto del mondo quel sapere che lui stesso non ha mai preso troppo sul serio, affrontandolo con l’umiltà di un “ingegnere filosofo” che viveva per trasmettere agli altri il proprio sapere. Un modo di fare, quello di Luciano De Crescenzo, che gli ha consentito negli anni di beneficiare dell’affetto incondizionato dei suoi lettori, e alle volte dell’antipatia e l’invidia di alcuni accademici che non apprezzavano una divulgazione che potesse toccare le menti di chiunque, e che alla fine invece ne ha pervaso anche i cuori. di Daniele Sasso

Un romanzo per ogni nazione: nasce la mappa letteraria del mondo

Chi ama la lettura ha la possibilità di viaggiare senza spostarsi. E’ il potere dei libri, dei racconti e dei romanzi. Leggere permette di fantasticare con la mente. Si possono raggiungere luoghi impensabili grazie ai racconti. Nel corso della storia letteraria gli scrittori hanno regalato emozioni incredibili ai lettori. Ogni Paese, attraverso i suoi scrittori, ha dato il suo contributo al mondo narrativo. Da oggi è disponibile una mappa letteraria per scoprire quali sono stati i romanzi più rappresentativi di ogni nazione. Ciascun Paese ha il suo libro. Ogni nazione il suo capolavoro. L’idea è venuta all’utente Backforward24 che sul sito reddit.com ha realizzato una mappa letteraria mondiale nella quale ad  ogni nazione viene attribuito un romanzo rappresentativo. Un’idea affascinante e allo stesso tempo utile per chi vuole scoprire i capolavori di ogni paese. Un lavoro anche graficamente interessante. La mappa è disegnata in maniera meticolosa ed attenta. Ogni nazione in pratica rappresenta la copertina del romanzo scelto. I Paesi sono rappresentati non solo dal romanzo classico ma anche da titoli contemporanei. La selezione fatta da Backforward24 raccoglie il meglio della letteratura mondiale. La scelta però premia lo scrittore più rappresentativo di ogni nazione. Per la Russia troviamo “Guerra e Pace ” di Tolstoj, per la Francia ” I Miserabili ” di Victor Hugo,  per l’ Inghilterra “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen, solo per citare i più famosi. L’Amica Geniale di Elena Ferrante è il titolo scelto per rappresentare l’Italia. Una scelta discutibile, che vuol essere contemporanea e originale. Di certo non è scontata, anche se noi avremmo preferito altri titoli, di gran lunga più rappresentativi. La saga di romanzi premiata in tutto il mondo è comunque tra le più lette e vendute fuori dai confini italiani. Quattro volumi che nella mappa letteraria del mondo simboleggiano il nostro paese. Lo scrittore Umberto Eco diceva che chi legge avrà vissuto più vite e conosciuto tanti Paesi. Grazie alla lettura si conosce il tempo e la storia. Si esplorano nazioni e luoghi mai visitati prima. La mappa letteraria permetterà di conoscere, sapere e capire i capolavori internazionali pur rimanendo nel proprio paese. di Sergio Cimmino

Si è spento Andrea Camilleri, espressione nobile della cultura letteraria italiana e papà del commissario Montalbano

Si è spento Andrea Camilleri, uno tra i più amati scrittori del nostro paese, famoso per il suo stile unico che miscelava siciliano ed italiano, e per la sua celebre serie di gialli sul commissario Salvo Montalbano. È deceduto a 93 anni, alle 8.20 di questa mattina a Roma, dopo essere stato ricoverato lo scorso 17 giugno all’ospedale Santo Spirito per un arresto cardiaco. La Asl Roma 1 ha dichiarato come le condizioni fossero rimaste critiche negli ultimi giorni, aggravandosi poi drasticamente nelle ultime ore. Camilleri, nato nel 1925 a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, raggiunse il successo a quasi 70 anni, dopo essere già stato regista e sceneggiatore. La forma dell’acqua, pubblicato nel 1994, fu il primo romanzo del maestro siciliano ad aprire la celeberrima serie basata sulle avventure di Montalbano. Nonostante sia stato scoperto tardi dalle case editrici italiane, con i suoi più di cento libri Camilleri è stato un autore incredibilmente prolifico: anche in questi ultimi anni lo scrittore pubblicava diversi romanzi all’anno, stagliandosi sempre in cima alle classifiche dei libri più venduti. Il cuoco dell’Alcyon, l’ultimo romanzo, è uscito il 30 maggio. Camilleri rimane uno degli autori italiani di maggior successo, sia dal punto di vista artistico che commerciale, e questo soprattutto grazie alla creazione della serie basata sulle vicende del commissario di Vigata, pubblicata da Sellerio, e trasposta inoltre nella famosa serie Rai con Luca Zingaretti. Ha venduto oltre 30 milioni di copie in tutto il mondo con traduzioni in 120 lingue. Tra i libri più venduti di Andrea Camilleri si ricordano Un filo di fumo (1980), La stagione della caccia (1992), La forma dell’acqua (1994), Il birraio di Preston (1995), Il cane di terracotta (1996), La concessione del telefono (1998), La scomparsa di Patò (2000), Il re di Girgenti (2001), L’odore della notte (2001), La pazienza del ragno (2004), Un covo di vipere (2013), Donne (2014). Sicuramente l’elemento che rende unica l’esperienza di immergersi nei romanzi di Camilleri e che ha contribuito ad appassionare e fidelizzare i suoi lettori è lo stile linguistico dei suoi scritti. Una mescolanza di italiano e siciliano da lui partorita: il vigatese, una lingua che prende il nome da Vigata, paese immaginario dove le storie di Montalbano sono ambientate, caratterizzata da diverse espressioni tipiche della cultura siciliana, inserite in un italiano che ne costituisce la base nella scrittura. Da quando era stato colpito da cecità, più o meno tre anni fa, il maestro siciliano scriveva i propri libri dettandoli alla sua assistente, Valentina Alfieri, “l’unica che sa scrivere nella lingua di Montalbano, anche se è abruzzese”. di Daniele Sasso fonte foto: www.huffingtonpost.it

Vulcano di Santorini: il suo terreno presenterebbe molte analogie con Marte

L’isola greca di Santorini oggi è una delle destinazioni turistiche più popolari del Mediterraneo, ma 3600 anni fa fu vittima di una delle più terribili eruzioni vulcaniche mai registrata nella storia. Tra i materiali che, durante quell’evento catastrofico, furono eruttati dal vulcano di Santorini, gli scienziati hanno trovato rocce molto simili a quelle rinvenute su Marte. “Nella baia di Balos, situata a sud dell’isola, abbiamo scoperto rocce di basalto uguali a quelle identificate dai rovers su Marte e con proprietà simili a quelle di alcuni meteoriti del pianeta rosso e di rocce terrestre classificate come analoghi marziani” ha sottolineato Ioannis Baziotis, ricercatore presso l’Università Agraria di Atene e co-autore dello studio, che di recente è stato pubblicato sulla rivista Icarus. Gli autori hanno confermato che il materiale basaltico è uguale a quello localizzato dai rovers Spirity e Curiosity nei crateri Gusev e Gale del pianeta rosso e che la sua composizione chimica e mineralogica assomiglia a quella delle meteoriti autenticamente marziane e anche ad alcuni campioni marziani custoditi nella The International Space Analogue Rockstore (ISAR), una raccolta di rocce terrestri che vengono utilizzate per testare e calibrare strumenti che voleranno nelle missioni spaziali. “I basalti di questa baia e altri simili che abbiamo trovato in due aree a nord est di Santorini sono piuttosto abbondanti” spiega Baziotis, “quindi possono servire come risorsa accessibile e a basso costo per gli esperimenti invece di usare le rare e costose rocce marziane raccolte sulla Terra o materiale ottenuto da miscele sintetiche.” L’area inoltre, come ha evidenziato il ricercatore, è facilmente raggiungibile e offre un’eccellente logistica per i campionamenti, i test, gli strumenti di calibrazione, gli addestramenti sul campo e altre attività legate all’esplorazione attuale e futura di Marte. Oltre che per la sua rilevanza a livello turistico, Santorini potrebbe quindi diventare un’ottima destinazione per gli studi comparativi sui pianeti, un campo che, nel mondo moderno, sta giocando un ruolo molto importante sia nella caratterizzazione di luoghi “esotici” e distanti, come pianeti e lune, sia nella comprensione del pianeta Terra. Oltre ai ricercatori dell’Università Agraria di Atene e dell’ESA, lo studio ha coinvolto anche la NASA, l’Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech), varie istituzioni greche e il geologo spagnolo Jesus Martinez Frias. Di Francesca Orelli

Pregiudizi: accettarli per riconoscerli e combatterli

Nell’epoca in cui chiunque può far conoscere la propria opinione con un semplice click, la tendenza alla discriminazione che si annida nell’animo umano sembra essere più lampante che mai. E mentre è facile arrivare alla conclusione che questa vada condannata in ogni sua forma, un discorso a parte va fatto per il pregiudizio, la forza progenitrice da cui le forme compiute di razzismo di dipanano. Ma da cosa nasce questa attitudine a discriminare l’altro? E possiamo controllarla? Il pregiudizio, nella sua accezione più classica, può essere inteso come la componente affettiva di un atteggiamento; esso consiste in un’opinione aprioristica, solitamente negativa, verso persone, gruppi o altri oggetti sociali. Dei tanti esperimenti che si sono occupati di indagare il modo in cui è possibile sviluppare pregiudizio, basti citare quello del 1971 di Tajfel sui gruppi minimali: la semplice divisione in gruppi, basata sulla scelta del pittore preferito (Kandiskij o Klimt), bastava per garantire che ogni soggetto dimostrasse favoritismo per il proprio gruppo (ingroup) rispetto all’altro (outgroup), e scegliesse di differenziarsi il più possibile da quelli che venivano immediatamente percepiti come rivali. Sembra difficile quindi dire che il pregiudizio sia qualcosa di evitabile. Anzi, sarebbe insito nella natura umana, programmata per difendere il proprio gruppo di appartenenza dagli “esterni”. A tal proposito, la sociologa Patricia Devine definisce gli stereotipi come processi che si attivano inconsciamente, automaticamente. In un esperimento da lei condotto, a soggetti con basso e alto livello di pregiudizio venivano presentate subliminalmente 100 parole. Alla metà di loro veniva mostrata una lista contenente circa l’80% di parole connesse allo stereotipo di afroamericano (negro, pigro, blues, Africa, ghetto). All’altra metà invece veniva presentata una lista con solo il 20% di parole legate allo stereotipo. Il compito era di formarsi l’impressione di una persona sulla base della descrizione (scritta) di una serie di azioni da essa compiute. Il risultato fu che i soggetti esposti a una maggiore proporzione di stimoli connessi agli afroamericani avevano valutato il soggetto negativamente, come più aggressivo rispetto agli altri. Questa potrebbe sembrare ancora una volta la prova che per l’essere umano il pregiudizio sia inevitabile. Ma questa non è tutta la verità. Se è impossibile controllare il fatto che il pregiudizio faccia capolino nella nostra mente, ciò che davvero può fare la differenza è il controllo su di esso. Sono soprattutto quelle che vengono definite come funzioni superiori esecutive, descritte la prima volta da Lurja (ovvero le capacità di ragionamento, e di direzionare il pensiero e l’azione ad uno scopo consapevole), a poter svolgere un ruolo chiave. La capacità di frenare comportamenti istintuali, derivati per lo più dalla paura del nuovo e dell’incongruenza, stanno alla base del non cadere nel vortice della denigrazione, il quale paradossalmente sta diventando uno stereotipo comune. Ovviamente, a questo si accompagna la propria esperienza. Non è un caso che il contatto con diverse culture sia in grado di minimizzare anche le differenze percepite con un gruppo che non ci appartiene. Secondo l’ipotesi del contatto di Gordon Allport, un contatto favorevole porta ad una migliore conoscenza degli altri, conducendoci alla possibilità di giudicarli non in base a stereotipi. Un esplicito sostegno sociale e istituzionale, un’interdipendenza positiva, l’uguaglianza dello status o uno scopo comune sovraordinato sono tutti elementi in grado di permettere il superamento delle barriere. Quella del controllo degli stereotipi è una strada che implica sforzo maggiore, soprattutto dal punto di vista cognitivo, ma che permette di conoscere meglio chi ci sta intorno, e probabilmente anche noi stessi. di Daniele Sasso

‘Nduja calabrese: ricette e curiosità del noto salame spalmabile

La ‘nduja calabrese, salame spalmabile nato come prodotto povero, è riuscita nel corso degli anni a farsi largo tra i vari alimenti della gastronomia italiana, tanto da essere particolarmente apprezzata anche all’estero. Ma a cosa è dovuto il successo di questo salame dalla consistenza morbida e cremosa? Quali sono le sue origine? E quali ricette è possibile realizzare? Scopriamolo assieme!  ‘Nduja calabrese: un salame dal gusto inconfondibile Realizzato con gli elementi di scarto grassi del maiale, come ad esempio coscia e sottopancia, questo salame spalmabile calabrese appare a prima vista di colore rosso intenso per via del peperoncino che conferisce a questo prodotto un sapore particolarmente piccante e deciso. Di origini contadine, la ‘nduja calabrese è il risultato di una lunga lavorazione, dato che gli ingredienti vengono impastati a lungo finché non si ottiene un composto liscio che viene in seguito lasciato a riposo per ben 2 – 3 giorni, prima di essere insaccato nel budello e infine affumicato. Con una stagionatura che dura circa 3 mesi, questo salame spalmabile calabrese arriva sulle tavole degli italiani, e non solo, particolarmente morbido e senza rischio di seccarsi. L’uso della ‘nduja in cucina Dal sapore ineguagliabile e dal gusto piccante per via del peperoncino, con la sua consistenza morbida e cremosa, la ‘nduja calabrese si presenta come un prodotto particolarmente versatile e che per questo motivo può essere utilizzato per realizzare ricette di vario genere, in grado di soddisfare persino il palato dei più esigenti. Da classico salume da accompagnamento di pane tostato e crostini, fino ad essere utilizzato come condimento per insaporire ulteriormente il sugo da aggiungere alla pasta, c’è solo l’imbarazzo della scelta. In molti, ad esempio, utilizzano la ‘nduja calabrese per farcire la pizza, gli involtini o realizzare degli antipasti davvero originali. Ritenuto un alimento afrodisiaco, per via del peperoncino, questo salame si presenta dunque particolarmente adatto per chi desidera realizzare dei gustosi piatti piccanti. Alcune curiosità sulla ‘nduja calabrese Considerato il simbolo della gastronomia calabrese, ancora oggi non sono ben chiare le origini di questo alimento dal sapore unico e inconfondibile. Secondo alcuni, la ‘nduja calabrese è stata introdotta in Calabria dagli Spagnoli intorno al ‘500, mentre altri ritengono sia stata opera dei Francesi durante il periodo napoleonico. A prescindere da chi l’abbia ideata, la ‘nduja calabrese è diventata inevitabilmente, la regina della cucina calabra. Storicamente considerata un piatto povero, la n’duja calabrese è comunque riuscita a raggiungere le tavole di quasi tutto il pianeta e per questo motivo è possibile trovarla in commercio sotto varie forme in modo da soddisfare le esigenze di ogni tipo di clientela: dalla classica forma di salame insaccato a quella in vasetti, infatti, ognuno può mangiare la ‘nduja calabrese come e quando vuole. di Veronica Caliandro

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