Phineas Gage: l’incredibile incidente che cambiò il modo di studiare la mente

La storia di Phineas Gage è una delle più note nel campo della medicina e della psicologia. L’incidente avvenuto nel pomeriggio del 13 settembre 1848 vicino alla città di Cavendish, nella Contea di Windsor, non fu solo bizzarro, ma in grado allo stesso tempo di aprire le porte delle neuroscienze moderne sul funzionamento della mente umana. Mentre l’operaio si adoperava per far saltare in aria una roccia che impediva la costruzione di una linea ferroviaria, un’esplosione del tutto inaspettata fece saltare in aria un’asta di metallo. Questa trapassò totalmente il cranio del giovane, colpendolo in un modo che chiunque allora avrebbe definito fatale. La barra di ferro entrò dallo zigomo sinistro ed uscì dalla parte superiore del cranio, distruggendo gran parte del lobo frontale sinistro, ma lasciando l’operaio in vita e in grado di muoversi e parlare. Effettivamente, Phineas Gage sembrava essere stato miracolato. All’apparenza, esclusa la perdita di un occhio e il brutto spavento, l’uomo col cranio bucato e una parte del cervello portata via dall’asta era apparentemente lo stesso di prima. Addirittura, dopo tre settimane poteva già rialzarsi dal letto e uscire di casa autonomamente. Quello che davvero era cambiato, infatti, era difficilmente osservabile dall’esterno. Considerato da tutti una persona corretta, amabile e disponibile fino al giorno dell’incidente, adesso Phineas presentava tratti di personalità del tutto opposti. Scorbutico, indisponente, privo di qualsiasi freno inibitore e addirittura blasfemo: l’uomo che tutti avevano conosciuto e apprezzato negli anni precedenti adesso era divenuto insopportabile per amici e colleghi di lavoro, tanto da essere licenziato e allontanato anche dai familiari. Al di là della sua triste sorte, però, Phineas involontariamente segnò un giorno importantissimo per l’avanzamento nel campo della neurologia dell’epoca. Ancora oggi il suo caso viene considerato uno dei mattoni fondamentali che hanno posto le basi delle moderne neuroscienze. Di fatto egli fu il primo soggetto a subire quella che verrà poi definita come lobotomia, ovvero un taglio delle connessioni tra il lobo frontale e il resto del cervello. Il cambiamento della sua personalità emotiva e relazionale derivava proprio da questa disconnessione. Il cambio di personalità manifestato era dovuto al danneggiamento di una quantità superiore al 10% della materia grigia cerebrale che consente a qualsiasi essere umano di ricordare e ragionare accuratamente, gestendo di fatto gran parte dei comportamenti. Se oggi si parla tanto dell’interazione tra aree del cervello che si occupano delle emozioni in senso stretto e quelle che in qualche modo le tengono a bada, di fatto consentendoci un discreto controllo su di esse, lo dobbiamo in buona parte a un operaio delle ferrovie molto sfortunato. Il teschio di Phineas Gage e il bastone di ferro che ha causato il trauma cranico sono esposti tutt’oggi al pubblico nel museo della Medical School di Harvard. di Daniele Sasso
Matteo Oliviero: la formazione, i temi, la fortuna

In occasione dei centoquarant’anni dalla nascita di Matteo Olivero l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino rende omaggio a uno fra i più significativi esponenti della seconda fase del divisionismo italiano con una mostra monografica che sarà visitabile sino al 29 settembre prossimo. “Matteo Olivero. La formazione, i temi, la fortuna” è un’intensa esposizione, curata da Antonio Musiari, che si articola contemporaneamente presso la Pinacoteca dell’Accademia Albertina e in altre cinque sedi: al Museo Casa Galimberti a Cuneo con i dipinti commissionati dal senatore Tancredi Galimberti; alla Pinacoteca intitolata all’artista (allestita e organizzata nel 2011 da Rosanna Maggio Serra), nella manica ottocentesca della Castiglia di Saluzzo con sezioni dedicate al periodo della formazione accademica e ai ritratti, schizzi e bozzetti quasi tutti inediti; al Museo di Arte Sacra di Acceglio e all’Associazione culturale “Lu Cunvent” a Rore di Sampeyre che propone i paesaggi della Val Varaita, particolarmente cari all’artista. Le sei sedi espositive mettono complessivamente a confronto 207 opere, invitando così il visitatore ad avvicinarsi e condividere con il “pittore della montagna” la passione e l’amore per la natura. Matteo Olivero, pittore e scultore, nasce nel 1879 a Pratorotondo una frazione di Acceglio, nella Val Macra occitana; dopo la morte del padre, si trasferisce con la madre a Torino per frequentare l’Accademia Albertina e diventare allievo di Giacomo Grosso, Paolo Gaidano, Celestino Gilardi e Leonardo Bistolfi grazie al quale si avvicina anche alla scultura. E’ del 1900 la sua prima scultura, il Rejetto, un busto in gesso che espone alla Promotrice di Torino. Nello stesso anno visita l’Esposizione Universale di Parigi, scoprendo l’arte di Giovanni Segantini e il Divisionismo. La sua carriera artistica si svolge tra Torino e Venezia, tra un’esposizione a Genova, Roma, Parigi, Ginevra, tra una Biennale a Venezia e una Triennale a Milano, tornando però sempre ad Acceglio o facendo lunghi soggiorni a Saluzzo, in Valle Varaita o in Val Po; Olivero mantiene dunque un legame strettissimo, indissolubile con le proprie radici, con le montagne in cui è nato, affermando che: “la maggior parte dei miei quadri di paesaggio li ho eseguiti nell’alta Valle Macra; e direttamente dal vero; la natura solo mi è maestra”. I suoi quadri esprimono luminosità e aria, la neve scintilla: suggestione queste che chi vive quelle Valli o le ha visitate, ben le riconosce. E’ un uomo schivo e poco propenso alla competizione professionale delle grandi città; è un personaggio dalle grandi contraddizioni: è stato riconosciuto, sin dagli esordi, come artista a livello internazionale; ha frequentato i salotti parigini e ha collaborato come critico alla rivista Les Tendances Nouvelles (con lo pseudonimo Leonardo), ma non si è mai staccato dalla sua terra e da sua madre: la sua mecenate, la sua modella, la sua musa. E’ stato definito il pittore “strambo” forse per le sue contraddizioni -lui stesso negli autoritratti si raffigurava come un personaggio, molto differente dal suo essere reale, che chiamava Rigodin- ma non certo per la sua espressione pittorica caratterizzata da una formazione accademica molto solida, da un’ottima conoscenza della prospettiva, delle tecniche e della luce e del colore; dalla composizione delle sue opere emerge una costruzione lucida e razionale. Il suo animo inquieto però lo porta presto ad abbandonare la tradizione accademica per aderire al Divisionismo, del quale si farà promotore e che sarà per lui un vero strumento di comunicazione. Il concetto di pennellata divisa ben racchiude il “credo” artistico di Olivero che, oltre all’interesse per le leggi della scienza ottica e l’organizzazione razionale dell’immagine – in contrasto con la pennellata libera e composta dell’Impressionismo- trova nella pittura un luogo di espressione dei sentimenti, dell’immaginazione, delle poliedriche sfaccettature della realtà umana. Il Divisionismo in Italia si sviluppa parallelamente al fenomeno francese: il concetto di disporre il colore sulla tela mediante tocchi di colore puro, mai mischiato, con pennellate direzionali, filamentose, sinuose che talvolta si avvolgono su sé stesse, assecondando le forme si differenzia dal Pointillisme (Puntinismo) di Seurat soprattutto per l’interesse per le problematiche sociali e di vita quotidiana che coinvolge alcuni esponenti del movimento, tra i quali Giuseppe Pellizza da Volpedo che con il suo Quarto Stato è diventato l’emblema dell’epoca moderna. Olivero è affascinato dal sole, dalla natura nelle sue espressioni più elevate, preferisce questi soggetti alla figura, che comunque introduce come elemento accessorio; le sue tele sono scorci folgoranti, sono paesaggi di una bellezza mozzafiato, caratterizzati da luci/controluci/riverberi intensi che inducono emozioni, sono una memoria storica delle valli intorno al Monviso. Una mattina del 28 aprile 1932, a Saluzzo, mentre dipingeva un’opera dal titolo “Serenità” decide di abbandonare la luce per il buio, lasciandosi cadere dall’abbaino del suo studio: l’ultima sua contraddizione. di Giannamaria Villata
Baccalà con patate e olive nere, una ricetta tutta calabrese

Il baccalà con patate e olive nere è un secondo piatto semplice ma ricco di gusto, una ricetta che proviene dall’antica cucina tradizionale calabrese. Originariamente questa ricetta veniva chiamata anche “Stocco di Mammola”, perché nata appunto a Mammola, dove il baccalà veniva cucinato in recipienti di terracotta e accompagnato da ingredienti semplici della quotidianità contadina. Il baccalà, le patate, i peperoni e le olive non sono solo gli ingredienti di base di questo piatto, ma elementi essenziali di molte ricette della cucina calabrese. Lo stoccafisso, in Calabria è l’unico pesce che viene accompagnato dal corposo vino rosso locale. Se vi siete incuriositi, ecco la ricetta del baccalà con patate, olive nere e peperoni: Ingredienti 1 kg di baccalà dissalato 1 kg di patate 1 kg di pelati o salsa di pomodoro 4 peperoni essiccati 1 cipolla rossa olive nere in salamoia q.b. olio extra vergine di oliva sale q.b. Preparazione In una pentola di terracotta versate l’olio extra vergine di oliva e fate soffriggere la cipolla tagliata a fette. Dopodiché aggiungete i pelati o la salsa di pomodoro e cuocete a fuoco moderato per 5 minuti circa. Aggiungete quindi il sale, le patate a spicchi e dopo qualche minuto il baccalà a pezzi. Cucinate a fuoco molto lento per 20 minuti circa. Unite in seguito le olive, i peperoni e mescolate con cura e vigore, agitando l’intera pentola. Spegnete quindi il fuoco, lasciate riposare il piatto per qualche minuto e servite il baccalà ancora caldo. di Virna Cipriani
Qualità, valori nutritivi e benefici della patata rossa della Sila

Riconosciuto come prodotto IGP dall’Unione Europea nel 2010, la patata rossa della Sila è un alimento di alta qualità, l’unico prodotto montano a essere coltivato nel centro del Mediterraneo. Ed è proprio questo ambiente, aspro e incontaminato, che conferisce al tubero calabrese le sue speciali caratteristiche organolettiche. Qualità della patata rossa della Sila Coltivata a 1200 metri sopra il livello del mare, la patata rossa silana ha la virtù di possedere una percentuale di amido al di sopra della media. Ciò rende questo tubero più nutriente e gustoso delle patate ordinarie, nonché ideale per molte preparazioni culinarie. Alcuni esperti hanno riconosciuto l’enorme valore della patata rossa della Sila, grazie alla consistenza della sua polpa e all’alto contenuto di sostanza secca. Particolare quest’ultimo di grande rilievo sia per i mercati del prodotto fresco che per le produzioni industriali. La patata rossa, infatti, è asciutta e corposa, particolarmente adatta alla preparazione degli gnocchi fatti in casa. Quando la si lavora con la farina, forma un impasto perfetto e uniforme, senza quei grumi che rendono la lavorazione tanto ardua. Le sue speciali caratteristiche fisiche fanno di questo tubero un ottimo ingrediente base per purè, gateau e sfornati. Inoltre, l’alta presenza di sostanza secca rende la patata della Sila perfetta per la frittura, perché assorbe poco olio e diventa croccante all’esterno. Valori nutritivi della patata della Sila Valori medi per 100 grammi: Energia: 357kj / 84 kcal Grassi: 0,1 g Carboidrati: 17,9 g Proteine: 2,1g Benefici della patata rossa La patata della Sila deve la sua buccia rossa alla ricca presenza di antociani, sostanze coloranti naturali dalle qualità antiossidanti. Oltre a donare il caratteristico colore alla scorza, queste sostanze hanno effetti benefici sull’intero organismo. In modo particolare gli antociani contrastano l’invecchiamento. Non è un caso che alcuni ritengano queste molecole un vero e proprio toccasana per la pelle. Queste preziose sostanze, inoltre, prevengono molte malattie degenerative legate al fegato, al sistema immunitario e alla circolazione e alcune forme tumorali. di Virna Cipriani
Luna e mitologia: com’è stata raffigurata nell’Antichità (IV parte)

8. Hina, la misteriosa dea lunare dei Maori Hina era la dea della luna dei Maori e la protettrice della femminilità e della creatività. Secondo un racconto diffuso in Polinesia, viveva in una grotta nascosta dalle cascate dell’arcobaleno. 9. Bahloo, il dio della luna aborigeno che rifiutò la corte della dea del sole Un mito aborigeno racconta che Yhi, la dea del sole, fece una corte spietata a Bahloo, il dio della luna, e cercò in tutti i modi di convincerlo a fare coppia con lei, ma lui la rifiutò sempre. Yhi però, decisa a non arrendersi, minacciò gli spiriti che sostenevano il cielo che, se avessero aiutato Bahloo a scappare sulla Terra, lei l’avrebbe lasciata al buio. Così gli aborigeni spiegano perché il sole e la luna sembrano rincorrersi sempre nel firmamento. Tuttavia, in un altro mito, Bahloo non solo è presente sulla Terra, ma nel racconto viene anche spiegata l’origine della mortalità degli uomini e della loro paura per i serpenti. Bahloo, dopo aver preso i suoi serpenti velenosi, andò a fare una passeggiata di notte e, poco dopo, si imbatté in un gruppo di uomini. Il dio chiese loro di aiutarlo a portare i suoi serpenti attraverso un fiume, ma quelli, impauriti, rifiutarono. Bahloo allora lo fece lui stesso. Giunto dall’altra parte del fiume, gettò un pezzo di corteccia, che prese a galleggiare, e un sasso, che affondò, nell’acqua, dicendo che lui sarebbe stato come la corteccia e che lui si sarebbe rialzato sempre, mentre gli uomini sarebbero stati come i sassi e che, una volta morti, sarebbero affondati nella terra. Da quel momento non solo gli uomini odiarono i serpenti e, appena li vedevano, li uccidevano, ma Bahloo iniziò ad inviarne di più sulla Terra per ricordare loro che non avevano fatto quello che lui aveva chiesto. 10. Tsukoyami, il dio giapponese nato da un occhio Tsukoyami, nella mitologia giapponese, è il dio della luna, fratello di Amaterasu, la permalosa dio del sole. Secondo alcune versioni nacque dall’occhio destro di Izanagi, il dio della creazione, mentre si stava purificando dai suoi peccati con dell’acqua dopo essere scappato dal regno dei morti. In un mito molto conosciuto tra gli shintoisti Tsukoyami, rimasto disgustato dal modo con cui Uke-Mochi, la dea del cibo, aveva preparato un pranzo, la uccise, facendo infuriare Amaterasu, che da allora non volle più vederlo. Di Francesca Orelli
Luna e mitologia: com’è stata raffigurata nell’Antichità (III parte)

Mani, il dio norreno che guida il carro della Luna per punizione Mani, il dio norreno della luna, è il più sfortunato tra i numi lunari visti finora: a lui fu affidata la guida del carro della luna non come privilegio, bensì come punizione. Mani infatti era fratello di Sol, la dea del sole e, come lei, era bello e gentile. Un giorno loro padre, che nella Edda viene indicato con il nome di Mundilfoeri, decise di dare Sol in sposa ad un uomo di nome Glenr, ma quella decisione fece infuriare gli dei (anche se nel poema non è riportato il motivo). Gli dei misero di punto in bianco Sol alla guida del carro del sole e Mani alla guida del carro della luna. Come se già questo non bastasse, i due fratelli, durante il loro percorso, venivano inseguiti da due lupi, che cercavano in tutti i modi di divorarli. 7.Artemide e Selene, le due facce della luna nell’antica Grecia Anche nell’antica Grecia, come nell’antico Egitto, erano presenti numerose divinità lunari, ciascuna delle quali rappresentava una fase della luna, ma le due dee della luna più famose erano senza dubbio Artemide e Selene. Artemide, sorella di Apollo, era la dea della luna crescente, ma anche della caccia, nonché protettrice della verginità e del pudore. Secondo uno dei miti più famosi che la riguardano, prima che sua madre Leto, perseguitata da Pitone, il serpente mandato dalla gelosissima Era, giungesse a Delo, Artemide nacque nell’isola di Ortigia (dove oggi si trova il centro storico di Siracusa). Artemide, come Estia e Atena, scelse di rimanere vergine e, come quest’ultime, non amava in modo eccessivo la compagnia maschile (anzi, Atteone, solo perché l’aveva vista senza vestiti, venne trasformato in cervo e sbranato dai cani della dea). Selene invece, al contrario di Artemide, non solo era bella e splendente, ma anche se aveva avuto numerosi amanti (tra cui Zeus e Pan), si innamorò perdutamente di Endimione, un giovane e bellissimo re dell’Elide da cui ebbe ben cinquanta figli. Secondo uno dei miti che li riguardano Selene, spaventata all’idea che il suo amante mortale un giorno dovesse morire, non solo gli regalò l’eterna giovinezza, ma gli concesse di dormire eternamente con gli occhi aperti, di modo che potesse sfuggire al trascorrere del tempo e, nello stesso tempo, contemplarla mentre si recava da lui. Di Francesca Orelli
Luna e mitologia: com’è stata raffigurata nell’Antichità (II parte)

3. Meztli, la dea della luna azteca che diede il suo nome al Messico Meztli era la dea azteca della luna, sposa del dio del fuoco e conosciuta anche con il nome di Grande Madre. Secondo la leggenda che la riguarda, lei e suo fratello, il sole, in principio erano tutti e due sfavillanti, ma questa “uguaglianza” non andava tanto bene agli irascibili dei aztechi, tanto che un giorno uno di loro afferrò un coniglio e lo scagliò in faccia a Metztli, oscurandola per sempre. Il nome Messico, che ancora al giorno d’oggi indica una parte del Centro America che in origine era abitata dai mexicas (gli aztechi), deriva probabilmente da lei: mexicas significava infatti “Popolo di Metztli” e, da lì, il passo verso il Mexico è stato molto breve. 4. Thot e Khonsu, gli dei lunari degli antichi Egizi Nell’antico Egitto esistevano numerose divinità lunari, tanto che è impossibile elencarle tutte, ma nel pantheon egizio ce n’erano due che avevano un legame stretto con la luna: Thot e Khonsu. Il primo era un dio benevolo che, secondo i miti egizi, aveva inventato non solo la scrittura, ma l’aveva anche trasmessa agli esseri umani insieme alla magia e alla matematica. Il secondo invece, che rappresentava il viaggio che la luna compiva durante la notte, era un dio violento e che, oltre a trucidare i nemici del faraone, pare che si divertisse ad estrarne pure le viscere. 5. La moglie innamorata (e infelice) dell’Africa Nera In un mito dell’Africa Nera la Luna riceve dal Sole, suo marito, un bellissimo vestito, fatto da lui con i pezzi delle stelle e con un filo strappato dal suo vestito. La Luna, tutta contenta, se lo mise, ma qualche giorno dopo, il Sole si accorse che il bordo del vestito era sporco. All’inizio non disse nulla, ma poi, quando dopo qualche giorno vide che anche il resto dell’abito era sporco e che si erano pure formati dei buchi attraverso cui si vedevano le stelle, si arrabbiò al punto tale che la Luna, scocciata, lo lasciò per tornare al suo villaggio. Il Sole non volle più rivederla, ma la Luna, dopo qualche tempo, riprese a cercarlo. Ed è per questo motivo che, al mattino presto o la sera quando non è tramontato, spesso nel cielo, accanto a lui, si vede anche la Luna. Di Francesca Orelli
Luna e mitologia: com’è stata raffigurata nell’Antichità (I parte)

Per gli antichi Greci aveva due facce, quella di Artemide e di Selene, mentre per gli Aztechi non solo era la sposa del fuoco, ma ricevette pure un coniglio in faccia perché “colpevole” di brillare come il sole. Dall’America all’Africa, passando per l’Europa e l’Oceania, ecco come i popoli antichi hanno immaginato la Luna…e, a sorpresa, non sempre era una divinità femminile! Per gli Inuit della Groenlandia, il dio della luna era Anningan, fratello di Malina, dea del sole. Secondo il mito lui e la sorella giocavano e vivevano insieme da bambini, ma una volta adulti, le cose cambiarono. Una notte, mentre giocavano al buio, come facevano sempre da piccoli, Anningan violentò Malina. La dea, nel tentativo di impedirlo, si dimenò e lottò con tutte le sue forze, arrivando a rovesciare una lampada che conteneva olio di foca. L’olio, che era spesso e nero, cadde sulle sue mani, sporcandole. Quando finalmente riuscì a respingere Anningan, Malina gli annerì la faccia, poi scappò via e corse più lontano che poté nel cielo, diventando il sole. Anningan, senza provare alcun rimorso per il suo crimine, la rincorse, diventando così la luna. Con questa eterna persecuzione tra fratelli gli Inuit spiegavano perché, ogni giorno, la luna sostituiva il sole. 2. La luna generosa degli Indiani d’America La luna ha un posto importante nelle leggende degli Indiani d’America, ma tra queste ce n’è una molto significativa e che mostra come, generalmente, non solo era considerata un’entità femminile, ma anche benigna e generosa. Durante una calda notte di luglio la luna, sentendo gli ululati disperati di un lupo, gli chiese perché si lamentasse così tanto e, in risposta, l’animale le disse di aver perso uno dei suoi lupacchiotti, il più piccolo della cucciolata. La luna, commossa da quella risposta, si gonfiò fino a diventare una palla grande e luminosa, poi chiese al lupo se adesso riusciva a vedere il suo lupacchiotto. Il lupo ritrovò il figlio, tremante di freddo e sull’orlo di un precipizio, e lo portò in salvo in tempo. L’animale, dopo aver ringraziato la luna, sparì con il cucciolo nel bosco. Le fate dei boschi, per premiare la luna per il suo gesto, le consentirono di ridiventare più luminosa, tonda e piena ogni 30 giorni, dando così origine alla luna piena. Di Francesca Orelli
Sbarco sulla Luna: quella volta in cui Buzz Aldrin prese a pugni un complottista

Nonostante la NASA abbia festeggiato nel 2019 i 50 anni dello sbarco sulla Luna, gli scettici e i complottisti proseguono con la loro fuoriuscita dall’ombra, cercando di sostenere in tutti i modi che il video d’epoca dell’allunaggio è un falso e che l’uomo non è mai stato sulla luna. Pochi però sanno che uno di questi complottisti, il 9 settembre 2002, è stato preso a pugni nientedimeno che da Buzz Aldrin in persona, l’astronauta che, il 20 luglio 1969, scrisse una nuova pagina della storia dell’umanità insieme a Neil Armstrong posando per primo il piede sul suolo lunare durante una missione dell’Apollo 11. Bart Sibrel, questo è il suo nome, quel giorno aspettò Aldrin fuori da un hotel di Beverly Hills e lo attirò con il falso pretesto che stava girando uno show per bambini proprio sull’allunaggio e che desiderava intervistarlo. Non appena però l’intervista ebbe inizio, il signor Sibrel tirò fuori una Bibbia e chiese ad Aldrin di giurare solennemente di essere stato sulla Luna. Comprensibilmente frustrato Aldrin, che nel 2002 aveva 72 anni, cercò di allontanarsi, ma Sibrel lo inseguì, diventando sempre più aggressivo nel suo approccio. Anzi, alla fine Sibrel iniziò ad insultare l’astronauta con la Bibbia, accusandolo a più riprese di essere un bugiardo, un codardo e un ladro. A quel punto Aldrin perse (giustamente) la proverbiale calma e colpì il complottista con un pugno ben assestato sulla mascella. Sibrel, dopo quell’episodio, cercò di sporgere denuncia, per poi ritirarla subito dopo quando alcuni testimoni, presenti alla scena, si fecero avanti dicendo che sì, Buzz Aldrin aveva tirato quel pugno, ma lo aveva fatto perché provocato dal complottista. L’astronauta, durante la sua lunga carriera, ha trascorso più di 300 ore nello spazio, tra cui il suo viaggio sulla Luna. La NASA, nonostante abbia abbandonato gli Apollo dopo gli ultimi incidenti, ha però deciso che gli affari sul nostro satellite non sono affatto finiti e che, entro il 2024, vuole creare una base permanente sulla Luna. La base verrebbe utilizzata come punto di controllo tra la Terra e Marte, ma nello stesso tempo permetterebbe agli astronauti di studiare la Luna più nel dettaglio. di Francesca Orelli
L’Inferno di Dante: la Divina Commedia a fumetti

L’Inferno di Dante è una graphic novel che si ispira direttamente alla Divina Commedia, che rappresenta una pietra miliare per la cultura italiana ed internazionale. Gli autori Ernesto Carbonetti e Cristiano Zuccarini hanno creato una versione semplificata dell’opera di Dante Aligheri. Cristiano Carbonetti ha un curriculum molto interessante, con varie collaborazioni presso la Clementoni, dove ha creato applicazioni e videogiochi per bambini. Tra le sue opere principali troviamo vari video di grande prestigio per gruppi musicali molto importanti, e una collaborazione con la Magic Press, per la quale ha lavorato sulla parte grafica di Lazarus. Cristiano Zuccarini invece è un insegnante di ruolo laureato in Lettere Classiche. L’Infero di Dante: una graphic novel che aiuta a conoscere un’opera eccezionale Indie autori sono partiti dalla convinzione che occorra ricorre ad ogni mezzo possibile per aiutare i giovani a scoprire e riscoprire la Divina Commedia, anche perché grazie ad essa Dante Aligheri riuscì a dipingere una versione molto lucida di una società in continuo conflitto. Il grande lavoro effettuato da Ernesto Carbonetti e Cristiano Zuccarini sta dunque non solo nell’aver parafrasato il testo in modo da renderlo meno ostico per i ragazzi, ma anche nell’aver creato delle illustrazioni di prestigio che contribuiscono a rendere l’argomento più facilmente comprensibile. Come sono stati scelti i canti per creare l’Inferno di Dante? Sembra che la selezione sia avvenuta in base alla celebrità dei canti, mentre altri meno noti sono stati inseriti come estratti. Tra questi c’è la celebre storia del conte Ugolino e tutto il ventitreesimo canto. Questa graphic novel è insomma un valido tentativo di riavvicinare i nostri ragazzi ad un’opera fondamentale della più alta letteratura di tutti i tempi. Di Mirko Elia

