Il cimitero monumentale di Torino: l’altra città

Probabilmente non esistono città o paesini che non abbiano un loro cimitero: il luogo dove ognuno accanto ai suoi morti trova o custodisce i propri ricordi, così come le sue più intime emozioni. L’usanza di seppellire i morti nelle chiese fu abbandonata nel 1777 e in quell’anno vennero edificati due camposanti periferici, San Lazzaro e San Pietro in Vincoli, a cui se ne aggiunsero altri nelle borgate, ma con l’aumentare della popolazione e l’estendersi dell’abitato si impose la necessità di un nuovo cimitero generale. Il luogo fu individuato in una zona esterna al centro urbano denominata delle mezze lune che, prima della devastazione da parte delle truppe francesi durante l’assedio del 1706, era stato un bellissimo parco (in parte in uso ai cittadini e in parte riservato alla villeggiatura dei Duchi di Savoia). Furono incaricati gli architetti G. Lombardi e C. Sada che proposero un insediamento a pianta ottagonale circondato da un muro di cinta alto 4 metri con l’interno ripartito a grosse nicchie; fu benedetto da monsignor Colombano Chiaveroti il 5 novembre 1829. Il Cimitero generale, denominato Monumentale solo dal 1985, fu eretto nelle sue strutture di base con gusto classicheggiante e molto sobrio, ma era il secolo dell’ascesa economica e sociale della borghesia. La trasformazione di un cimitero cittadino era un atto simbolico di grande rilevanza; la borghesia torinese non enfatizzò la propria immagine attraverso opere funerarie vistose, ma predilesse la qualità delle sculture e non la loro imponenza. Stile caratteristico e veicolo figurativo delle fortune e dell’affermazione della classe dominate di fine ottocento fu il Liberty che trovò vasta espressione dei suoi tratti nei grandi cimiteri urbani. Gli effetti dell’enciclica antimodernista di papa Pio X si fecero sentire sul Monumentale di Milano, al contrario quello di Torino rivelò il persistere del clima Liberty, tanto da creare un unicum attraverso opere realizzate da alcuni fra i maggiori artisti dell’epoca quali Biscarra, Bistolfi, Calandra, Canonica, Rubino, Tabacchi, Vela. Centinaia di statue e cappelle sorsero nel cimitero, sino a farne un’altra città e essere inserito tra i 4 cimiteri più belli d’Europa, con Genova, Madrid e Dublino. di Giannamaria Villata
Il misterioso legame tra Goethe e la Calabria

Johann Wolfgang Goethe, iniziato all’alchimia e alla dottrina ermetica, fu sempre attratto dal mistero e dall’occulto. Il poeta tedesco era convinto che la sua vita fosse governata da forze oscure e da elementi demoniaci, come lui definì gli ineffabili misteri dell’esistenza. Goethe stesso affermava di possedere doti extrasensoriali, ereditate forse dal nonno materno, e fu testimone di molti eventi straordinari. Uno di questi eventi è legato alla Calabria e ci viene raccontato dall’amico e confidente Eckermann nei suoi Colloqui con Goethe. A informare Eckermann dell’episodio fu probabilmente il fidato cameriere del poeta. L’uomo raccontò di aver sorpreso una notte Goethe sopra il suo letto, spostato fin sotto la finestra, intento a osservare il cielo. Lo scrittore tedesco aveva chiamato il cameriere perché convinto di aver percepito qualcosa di strano al di fuori. Goethe collegò quella sensazione particolare con l’avvenimento di un terremoto che sarebbe accaduto, a detta sua, da qualche parte. Poche settimane dopo arrivò la notizia che in quella stessa notte, il 6 febbraio del 1783, la Calabria meridionale e Messina furono colpite duramente da un terremoto. Lo studioso Domenico Rotundonel suo testo “Goethe esoterico in Calabria e l’abate Jerocades” sostiene che quell’episodio fu uno dei motivi che spinse il drammaturgo tedesco a intraprendere il viaggio In Italia, e in particolare nell’Italia del sud, terra in cui, secondo il poeta, si percepiva un legame particolare tra la vegetazione, la storia, l’arte, il mito e le forze occulte della natura. Che Goethe sia andato anche in Calabria ce lo testimonia, secondo Rotundo, il disegno dello Stromboli fumante realizzato dal drammaturgo stesso nel 1787. Nella celebre frase del poeta “Qui è la chiave di tutto” dedicata alla Sicilia, ma che si può estendere molto probabilmente anche alla Campania e alla Calabria, è espressa a pieno la profonda affinità che Goethe aveva con questa terra. Una terra che lo ha intimamente trasformato, come ha scritto nel saggio “Viaggio in Italia”, e in particolar modo, nel dialogo riportato tra lui e un cavaliere dell’Ordine di Malta: <<Che cosa sa dirmi>> chiese, <<di quel giovane tanto dotato, che là allora faceva la pioggia e il bel tempo? Ne ho dimenticato il nome, ma le basti sapere che è l’autore del Werther>>. Dopo aver taciuto un po’ come se stessi riflettendo risposi<<La persona di cui gentilmente s’informa sono io!>> Il mio interlocutore trasalì, evidentemente sbalordito, ed esclamò: <<Ma allora molto dev’essere cambiato!>> – <<Eh sì>>, ribattei, <<tra Weimar e Palermo ho subito qualche cambiamento>>. di Virna Cipriani
Scosse elettriche e obbedienza: l’esperimento di Milgram che spiegò come l’uomo cede davanti all’autorità

Più di una volta la psicologia ha provato ad approfondire le motivazioni che spingono l’uomo ad obbedire di fronte all’autorità. Tra gli esperimenti più famosi che hanno indagato questa tendenza umana c’è sicuramente quello di Stanley Milgram del 1961. Lo sfondo sul quale lo studio si basava era ovviamente quello delle persecuzioni naziste che tra il 1933 e il 1945 videro la morte di più di 15 milioni di persone. Una follia collettiva che aveva alle spalle il volere di pochi (Adolf Hitler e alcuni dei suoi più fedeli gerarchi), ma che di fatto passò dalle mani di innumerevoli soldati del Reich. Per molto tempo ci si è chiesti quale fosse la responsabilità degli uomini che eseguivano quelle spregevoli direttive, e di conseguenza come l’autorità potesse portare il singolo a perdere di vista la propria morale e la propria empatia in virtù dei cosiddetti “ordini dall’alto”. Anche se appare riduttivo spiegare un fenomeno complesso e abominevole come l’Olocausto attraverso un esperimento di psicologia sociale, lo studio condotto da Milgram è riuscito a mettere in luce la tendenza dell’uomo a farsi guidare dall’obbedienza a scapito dei suoi simili. I partecipanti, reclutati tramite posta e annunci sul giornale, avrebbero dovuto collaborare a quello che veniva definito come uno studio sull’apprendimento. Lo sperimentatore fingeva di essere un professore di biologia con tanto di camice, mentre l’uomo che avrebbe ricevuto le scosse (che ovviamente non venivano inflitte davvero) faceva finta di essere un partecipante come tutti gli altri. I ruoli venivano scelti “casualmente”. Il soggetto si trovava nella condizione in cui sarebbe potuto diventare l’insegnante (colui che infliggeva le scosse) o l’alunno (colui che le riceveva). Ovviamente la selezione era truccata, e il soggetto veniva sempre sorteggiato come insegnante. Il soggetto ignaro quindi veniva posto in una situazione nella quale lo sperimentatore gli chiedeva di infliggere scosse elettriche con voltaggio sempre più alto all’alunno (che si trovava in un’altra stanza) quando questi sbagliava. Il punteggio finale dipendeva dal momento in cui il soggetto si rifiutava di proseguire: un vero e proprio atto di disobbedienza che determinava la conclusione del test. Alla fine, su 40 partecipanti, 26 persone arrivavano a somministrare scosse che toccavano i 450 volt, dimostrando un’obbedienza abbastanza netta nei confronti della fonte autorevole che chiedeva loro di continuare nell’esperimento. Questo dato appariva ancor più clamoroso se si pensa che non era prevista nessuna punizione in caso di disobbedienza. Il paradigma, ripetuto più volte negli anni, è stato modificato e rielaborato in diversi modi. Questo per comprendere quali fossero quegli elementi in grado di determinare le possibilità che gli individui continuassero a far soffrire un altro essere umano. Per esempio, la presenza dell’alunno che riceveva le scosse nella stessa stanza del soggetto riduceva di molto la possibilità che quest’ultimo proseguisse nel compito. Quella che più di tutti appare come una certezza è la capacità di una fonte autorevole di influenzare il giudizio degli altri. Nelle interviste successive ai test, i soggetti che avevano somministrato le scosse ridevano nervosamente, sudavano e tremavano, ma confermavano di essere stati consapevoli del male inflitto ai loro simili. di Daniele Sasso
Umorismo e psicologia: III Parte – La Terror Management Theory ed il potere della risata

L’umorismo viene considerato ormai uno dei mezzi più efficaci per ridurre lo stress e le ansie che inevitabilmente ci colpiscono nella vita di tutti i giorni. Ma la semplice risata può diventare un mezzo per difenderci dalla madre di tutte le paure, ovvero quella della morte? Secondo la terror management theory di Greenberg, Pyszczynski e Solomon (1986), che trova le sue radici negli scritti dell’antropologo Ernest Becker (1973), la predisposizione biologica alla sopravvivenza che l’uomo condivide con gli altri animali si scontra con una peculiarità invece esclusiva degli esseri umani: la consapevolezza della morte. La conoscenza della vulnerabilità e della mortalità genererebbero un’ansia opprimente, gestibile soltanto grazie a dei meccanismi difensivi in grado di ridurre questo terrore esistenziale. In tale procedimento giocherebbero un ruolo fondamentale le difese prossimali, ovvero tentativi di natura logica di affrontare la consapevolezza della propria mortalità. Una continua attività fisica, un’alimentazione sana ed altri tentativi di ritardare il proprio invecchiamento emergono quando il terrore esistenziale e l’ansia che ne deriva diventano coscienti e centrali nella nostra attenzione: sono, più semplicemente, un tentativo di allontanare tali pensieri per vivere con maggiore serenità. Uno studio del 2013 condotto da Christopher R. Long e Dara N. Greenwood ha tentato di collegare la terror management theory al senso dell’umorismo. Gli autori hanno indagato la relazione di quest’ultimo con la gestione della consapevolezza della propria mortalità. L’ipotesi, nello specifico, riguardava la possibilità che una serie di pensieri riguardanti la morte potessero elicitare lo humor come meccanismo psicologico di difesa. 117 studenti, divisi in quattro gruppi, dovevano svolgere alcuni compiti mentre si confrontavano su due temi: la morte ed il dolore. I primi due gruppi, a differenza di quelli di controllo, venivano esposti ad uno stimolo prime, ovvero una parola presentata per un tempo brevissimo (33 millisecondi) e quindi impossibile da processare consapevolmente. Nel primo caso lo stimolo era la parola “dolore”, mentre nel secondo la parola era “morte”. Gli altri due gruppi di controllo, durante il compito, dovevano parlare delle proprie emozioni riguardanti la propria morte o una visita dal dentista. La seconda fase dell’esperimento prevedeva che tutti i partecipanti provassero a scrivere la didascalia di una vignetta satirica del The New Yorker. In seguito i lavori dei quattro gruppi venivano presentati ad una giuria indipendente che non era a conoscenza dell’esperimento. I risultati hanno mostrato come il gruppo esposto allo stimolo prime riguardante la morte fosse in grado di creare didascalie giudicate più divertenti rispetto al gruppo sottoposto allo stimolo con la parola “dolore” e ai gruppi di controllo. La conclusione porta a considerare l’umorismo come una risposta molto potente in grado di schermarci dalle nostre peggiori paure, come anche la consapevolezza della morte. L’umorismo rappresenta quindi un’arma fondamentale nelle battaglie contro i brutti pensieri che possono affliggerci tutti i giorni e che provocano alle volte uno stress difficile da sostenere. di Daniele Sasso
Acropoli di Atene: chiusura straordinaria per temperature “troppo elevate”

L’Acropoli di Atene, uno dei siti archeologici più famosi della Grecia e che ogni anno richiama milioni di visitatori, da oggi giovedì 4 luglio fino a domani venerdì 5 luglio 2019 sarà oggetto di una chiusura straordinaria. Il motivo? Troppo caldo: l’Ephorate of Antiquities, vista l’ondata di calura che in questi giorni sta attanagliando anche la Grecia, ha deciso per ragioni di sicurezza di chiudere il sito al pubblico dalle 13.00 alle 17.00 in entrambe le giornate. Le temperature, nella zona dell’Acropoli, hanno toccato la soglia record dei 36 gradi, mentre nel centro città, dove l’umidità sembra essere più elevata, hanno già raggiunto i 40 gradi. Il caldo però non è il nemico peggiore con cui si è confrontata l’Acropoli durante la sua lunga (e travagliata) esistenza. Durante il periodo del Tardo Impero Romano, mentre l’Europa si stava avviando verso il Medioevo, il Partenone venne infatti trasformato in una chiesa dedicata alla Vergine Maria. In pieno Medioevo invece, vista la sua posizione strategica, il Partenone perse il suo status di chiesa e, tutta l’Acropoli, venne trasformata in una fortezza per contrastare l’avanzata dei Franchi, poi successivamente quella dei Turchi. Il danno più grave però lo subì nel 1687 quando, a causa di una granata lanciata dai veneziani, il deposito di munizioni che si trovava all’interno del Partenone saltò in aria, provocando ingenti danni al monumento. Il sito non ebbe pace nemmeno in seguito: durante l’impero ottomano infatti un diplomatico inglese, Lord Elgin, ebbe l’idea di rimuovere la maggior parte degli ornamenti in marmo, sopravvissuti alle invasioni e ai bombardamenti del 1687, per portarli in Inghilterra. L’Acropoli di Atene iniziò ad avere un po’ di tregua soltanto nell’Ottocento, quando cominciarono i primi restauri e i primi scavi in molti templi dell’Antichità, fino a quando, nel 1987, ottenne il riconoscimento come patrimonio dell’umanità da parte dell’UNESCO. Un po’ di caldo quindi, tutto sommato, è ancora sopportabile per uno dei monumenti più famosi della Grecia. Di Francesca Orelli
La profezia autoverificantesi: come la rigidità delle proprie idee può influire sulla realtà

Capita, alle volte, che se si affronta un colloquio con l’ansia di sbagliare, si possa poi effettivamente incorrere in una figuraccia. Allo stesso modo, le persone che si lamentano spesso di essere sfortunate sembrano attirare su di loro più eventi spiacevoli di chi, al contrario, è convinto di essere nato sotto una buona stella. Quello che avviene, probabilmente, ha poco a che vedere con la fortuna e la sfortuna, ma piuttosto dipende dall’atteggiamento che gli individui esercitano nei confronti di ciò che li circonda. In psicologia e sociologia, per profezia autoverificantesi si intende quella che viene definita come una strategia di verifica positiva. Ognuno tende a cercare degli schemi, in quello che gli accade durante la giornata, che siano in grado di confermare le proprie aspettative, le proprie idee su un argomento o su una persona. Di fatto siamo in grado, spesso a nostro discapito, di tagliare fuori tutti quegli elementi che non confermano un’idea che già abbiamo in testa, lasciando integre solo quelle informazioni che invece ci permettono di avvalorarla. Ciò non accade solo con noi stessi, ma anche con gli altri. La profezia autoverificantesi in ambito educativo viene chiamata effetto Pigmalione (o effetto Rosenthal), ed è riassumibile come la capacità delle aspettative degli insegnanti di influenzare le prestazioni degli studenti. Negli anni settanta Robert Rosenthal dimostrò questa influenza con un esperimento molto semplice: Ad alcuni alunni di scuola elementare venne somministrato un test intellettuale, i cui risultati (che erano del tutto casuali) furono poi comunicati ai docenti, al fine di produrre in loro delle aspettative sugli alunni in apparenza più promettenti. Qualche mese dopo, un altro test intellettuale mostrò un aumento dei punteggi dei ragazzi considerati più promettenti: le aspettative degli insegnanti avevano incredibilmente prodotto degli effetti sulle loro prestazioni in base alle attese. Questo perché gli insegnanti, basandosi sui falsi risultati che gli erano stati forniti, davano più attenzione e feedback positivi a quegli studenti che consideravano più promettenti. L’esperimento dimostra come gli schemi mentali, ovvero delle strade “veloci” che ci permettono di gestire quello che ci capita in modo più rapido, non sempre siano efficaci. Alle volte infatti questi possono portare a delle opinioni errate, le quali influenzano in maniera negativa la nostra vita e quella di chi abbiamo intorno. Una maggiore elasticità invece ci permette di acquisire informazioni nuovi anche a costo di disconfermare quelle che ritenevamo certe. di Daniele Sasso
Sbarco sulla Luna: 11 curiosità che (forse) non conoscevi (III parte)

7.Armstrong portò con sé un pezzo di legno di un aeroplano appartenuto ai fratelli Wright Il primo volo di cui si hanno notizie venne fatto dai fratelli Wright nel lontano 1903, 66 anni prima che l’uomo posasse il piede sul suolo lunare. Neil Armstrong pensò quindi che fosse una buona idea portare dei pezzi di legno appartenuti all’aereo utilizzato dai fratelli Wright per simboleggiare il grande progresso fatto dall’aviazione. L’astronauta custodiva questi effetti all’interno del suo “kit personale delle preferenze” (PPK). I fratelli Wright, come lui, provenivano dall’Ohio. Adesso questi pezzi storici si trovano nello Smithsoniam Museum di Washington D.C. 8.Il discorso mai pronunciato (per fortuna) dal presidente Nixon Ai tempi del lancio dell’Apollo 11, l’esito della missione era alquanto incerto, in quanto c’erano elevate possibilità che fallisse o che si verificasse una tragedia. Il presidente Nixon, nel caso in cui gli astronauti fossero deceduti, aveva già pronto un discorso da pronunciare all’intera nazione, ma per fortuna non ce ne fu mai l’occasione, anche se alcune copie si possono leggere ancora oggi. 9.Gli astronauti vennero messi in quarantena subito dopo il loro ritorno sulla Terra Dopo aver fatto rientro sulla Terra, per Armstrong, Aldrin e Collins non ci fu il tempo di festeggiare, perché vennero subito messi in quarantena (e ci rimasero per ben 21 giorni!). Il motivo? Si temeva che avessero portato con loro dei microorganismi pericolosi per la Terra e, dato che nessuno era stato prima d’ora sulla Luna, non si sapeva se la superficie lunare fosse o meno sterile. In seguito alcuni studi hanno confermato che sulla Luna non c’è vita. 10.Il “cimitero” degli astronauti Gli astronauti, negli anni successivi alla missione Apollo 11, hanno lasciato numerosi oggetti sulla Luna, dalle medaglie alle tracce audio. Tra questi “reperti storici” i più noti sono tre medaglioni, appartenuti ai tre astronauti della missione Apollo 1, periti subito dopo il lancio. 11.Il primo pasto “spaziale”? Fu consumato da Yuri Gagarin Il primo pasto “spaziale” fu consumato dall’astronauta Yuri Gagarin nella primavera del 1961. Il menù comprendeva purea di carne, conservata in un tubetto di dentifricio, e salsa al cioccolato, spremuta da un tubetto separato. Non proprio il massimo del gourmet, ma già al lancio dell’Apollo 11, le cose erano decisamente migliorate per gli astronauti e c’erano già numerosi cibi in tubetto o liofilizzati tra cui scegliere. Di Francesca Orelli
Sbarco sulla Luna: 11 curiosità che (forse) non conoscevi (II parte)

3…e la donna che aiutò l’uomo a sbarcare sulla Luna! Margaret Hamilton era l’ingegnere del software sviluppato per i programmi dei computer di bordo che alimentavano le missioni Apollo della NASA, incluso l’allunaggio del 1969. Il suo software, senza il quale Aldrin e Armstrong non sarebbero mai tornati dallo spazio, non solo permise agli astronauti di sbarcare incolumi sulla Luna, ma cinquant’anni dopo le valse un brillante tributo illuminato dalla luce lunare. 4.Armstrong era “Mister Ghiaccio” Neil Armstrong si guadagnò il soprannome di Mister Ghiaccio dopo aver portato fuori Buzz Aldrin, e lui stesso, da una situazione molto pericolosa. Mentre si stavano avvicinando al suolo lunare a bordo della Eagle, Armstrong dovette assumere il controllo della navicella e guidare oltre il punto di atterraggio prestabilito. Nonostante stessero esaurendo pericolosamente il carburante, Armstrong pilotò il lander come un elicottero e atterrò nel punto perfetto, il tutto mentre gli allarmi continuavano a suonare ininterrottamente. Quando il modulo atterrò sulla Luna, rimanevano meno di 40 secondi di carburante. Jerry Bostick, parlando una volta di lui, disse che Armstrong non solo era un vero leader, ma era anche in grado di fare l’impossibile. 5.Chi filmò l’allunaggio del 1969? Il momento storico in cui Armstrong calpestò il suolo lunare durò sei ore e, a quei tempi e senza le tecnologie moderne del giorno d’oggi, apparve molto sfocato a chi lo seguiva in diretta televisiva. Tuttavia pochi sanno che, dietro quelle riprese, ci fu la mano di Buzz Aldrin, che catturò quell’attimo dai gradini più alti della Eagle e mentre Armstrong era già in fondo alla scala. Il video originale, non tagliato e in alta risoluzione, è stato incluso nel film Apollo 11. 6.Collins non soffrì più di tanto all’interno della Columbia Mentre Aldrin e Armstrong sbarcavano sulla Luna, Collins continuò a girarle intorno all’interno della Columbia. Quando tornò sulla Terra, l’astronauta venne battezzato l’uomo più solitario della Luna, ma Collins non si sentì mai solo, nemmeno quando perse di vista la missione durante i suoi voli sul lato opposto del nostro satellite. “La Columbia era una casa felice. Avevo tre divani, il caffè caldo, la musica e le persone con cui parlare attraverso la radio, quindi mi sono goduto l’attimo.” Di Francesca Orelli
Sbarco sulla Luna: 11 curiosità che (forse) non conoscevi (I parte)

Sono trascorsi ormai più di 50 anni dallo sbarco sulla luna di Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Che tu faccia parte dei fortunati che, la domenica del 20 luglio 1969, assistettero in diretta televisiva all’allunaggio, o che tu abbia guardato di recente alcuni film e documentari molto rari, come Apollo 11, prodotto dalla CNN, sicuramente però ci saranno anche alcune cose che non hai mai saputo prima sulla missione. Vuoi sapere quali sono? Ebbene, noi te ne sveliamo 11, ma siamo sicuri che già solo queste saranno sufficienti per lasciarti a bocca aperta! 1.L’addestramento per la missione Apollo 11 fu frenetico e molto pericoloso Nel maggio del 1961 il presidente John F.Kennedy stabilì un obiettivo che molti dubitavano potesse mai accadere: far sbarcare il primo uomo sulla Luna. Il Moonshot faceva parte delle strategie adottate dagli americani durante la Guerra Fredda. Se avesse avuto successo, avrebbe dimostrato la superiorità della America sull’URSS nella corsa allo spazio. Per riuscirci, gli astronauti dell’Apollo 11 vennero sottoposti ad un addestramento molto estenuante, tanto da perdersi molti degli eventi che accaddero in quegli anni, come la Guerra del Vietnam. L’addestramento, oltre che faticoso, fu anche molto pericoloso: in un’occasione Armstrong, mentre effettuava un volo di prova in una base aeronautica appena fuori Houston, non solo perse il controllo del velivolo che stava guidando, ma venne anche espulso fuori e sopravvisse ad un volo di più di 60 metri. 2.L’unica donna presente nella stanza Il 16 luglio 1969,giorno dello storico lancio dell’Apollo 11, nella sala del Kennedy Space Center c’erano numerosi uomini in giacca e cravatta, ma sopra tutti spiccava una donna: la 28enne Joann Morgan. Joann, che lavorava come supervisore della strumentazione per la missione, era stata l’unica donna ad essere ammessa all’interno della sala in cui i dipendenti della NASA furono bloccati per lo storico lancio dell’Apollo 11. Joann doveva essere nella stanza per avvisare la squadra di test se qualcosa non andava, ma aveva dovuto chiedere un permesso speciale per essere lì. Oltre a questo, dovette sopportare numerose telefonate oscene e usare il bagno degli uomini perché non ce n’erano per le donne. Dopo Apollo 11, la sua carriera decollò, tanto da diventare la prima dirigente senior del Kennedy Space Center. Di Francesca Orelli
Umorismo e psicologia: II Parte – I benefici della risata sulla mente e sul corpo

Se già diversi autori, dalla psicologia dinamica a quella sociale, avevano in precedenza sottolineato il potere dell’umorismo come strada alternativa per affrontare le proprie difficoltà, le moderne ricerche neuroscientifiche hanno potuto confermarlo con dati oggettivi sia dal punto di vista neurale che fisiologico. La risata ci appartiene sin dalla culla. È una risposta innata che si sviluppa prima del linguaggio, circa dieci settimane dopo la nascita, e rappresenta una delle prime modalità di interazione sociale. Già nel 1998 Fried aveva localizzato la capacità di ridere nella parte più anteriore dell’area supplementare motoria, una parte del cervello che potremmo definire come a metà strada tra il pensare un movimento e l’effettuarlo. Dal punto di vista terapeutico, l’interesse verso l’umorismo è cresciuto tanto da considerarlo un nuovo elemento all’interno delle tecniche volte al raggiungimento del benessere del paziente. La capacità, all’interno delle sedute, di utilizzare lo humor e le metafore ha il potere di favorire il rapporto con il proprio terapeuta e portare alla luce le nostre problematiche più nascoste. Uno dei meccanismi benefici della risata deriva dalle emozioni positive che essa suscita. Queste ultime, indipendentemente da come vengano generate, comportano una serie di effetti fisiologici positivi, come ad esempio l’aumento della soglia del dolore e il maggiore rilascio di endorfine, evidenziati da un recente esperimento di Manninen nel 2017. Inoltre, molti altri studi hanno sottolineano come già il semplice sorridere possa essere implicato nella riduzione di problematiche dal punto di vista vascolare. È stato dimostrato come l’umorismo possa essere un fattore importantissimo anche per combattere lo stress e i suoi effetti negativi. Cogliere gli aspetti umoristici della propria vita e dei propri problemi aiuterebbe l’individuo ad affrontare le avversità, permettendogli di vedere il lato divertente delle proprie sventure e di controllare in modo più efficace le situazioni stressanti. Un esperimento di Bains del 2014 ha mostrato come un gruppo di anziani sottoposti ad un video divertente di venti minuti, rispetto al gruppo di controllo, ottenesse punteggi migliori in compiti di memoria e apprendimento. Un altro effetto indiretto del saper ridere, infine, riguarda i rapporti sociali. La riduzione delle tensioni e dei conflitti con gli altri attraverso lo humor contribuisce alla capacità di relazionarsi in maniera più soddisfacente. Ridere con gli altri ci fornirebbe una ulteriore protezione contro patologie legate allo stress. Il senso dell’umorismo consente di cambiare prospettiva e garantisce una maggiore capacità nella risoluzione dei problemi. Come conseguenza, il maggior sostegno sociale comporterebbe maggiori benefici alla propria salute. Le evidenze scientifiche supportano quindi l’idea che una maggiore attivazione delle aree cerebrali implicate nella risata e in rapporti scherzosi all’interno della propria cerchia sociale forniscano una vera e propria protezione: contribuiscono a quella che viene definita “riserva cognitiva”, uno scudo in grado di proteggerci e ritardare l’invecchiamento non solo dal punto di vista mentale, ma anche per quel che riguarda il benessere dell’intero organismo. di Daniele Sasso

