La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana

Oggi approfondiamo il saggio di Stefano Jossa, intitolato “La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana” edito da Einaudi. Il professore napoletano, docente d’italiano presso la Royal Holloway University di Londra, è impegnato in questi giorni a promuovere il libro in giro per l’Italia. “Da secoli è per tutti la lingua dell’amore. Suona più come un clavicembalo che come una chitarra rock, e questo la rende uno strumento delicato da maneggiare”. Così descrive Jossa la lingua italiana nel suo bellissimo saggio. Un percorso appassionato attraverso gli usi e la storia del nostro idioma, accompagnato dai padri della letteratura. Stefano Jossa spiega come la lingua natia rappresenti per ognuno “la casa del cuore”, uno strumento per esprimere i sentimenti più forti e intimi. E ci ricorda i motivi per cui essere orgogliosi della nostra. Metafore, rime, sinonimi, suoni e dialetti fanno dell’italiano una lingua di una straordinaria ricchezza. “La più bella del mondo.” Non è un saggio di linguistica, ma un libro che vuole raccontare la storia della nostra lingua. Perché ciò che distingue un idioma, spiega lo scrittore, è la sua storia. E per farlo Jossa scomoda i nostri più grandi letterati, come Dante, Manzoni e Leopardi ma anche Pasolini con la sua riflessione ideologica, Calvino e Gaddafino ad arrivare a registi, cantautori e rapper dei giorni nostri. Jossa non biasima nemmeno i nuovi inglesismi, che tanto fanno discutere negli ultimi anni ma che l’autore considera un ulteriore prova della speciale ricchezza dell’italiano. Una lingua capace di accogliere parole oltre confine e trasformarle in italiane. “A chi è poliglotta si chiede spesso in che lingua sogna, in che lingua parla quando fa l’amore, in che lingua impreca e insulta: come se la lingua avesse un contatto immediato con l’anima e fosse legata direttamente all’inconscio oppure ai sentimenti più intensi. La lingua esprimerebbe allora la parte più profonda della nostra personalità, perché lì risiede davvero quello che abbiamo dentro: come si può non amarla quanto noi stessi?” di Virna Cipriani Immagine tratta da Amazon.it
Così parlò De Crescenzo: si è spento a Roma “l’ingegnere filosofo”

E’ deceduto a Roma Luciano De Crescenzo, dove era ricoverato da alcuni giorni per una grave polmonite. A 90 anni ci lascia un artista poliedrico, in grado di affiancare ad una cultura eccezionale l’ironia e l’arguzia tipica del popolo napoletano. Il giorno dopo la morte di Andrea Camilleri scompare un altro pezzo di quell’Italia che ha contribuito a far conoscere ai più giovani e non solo la storia, l’arte e la filosofia. Nato il 20 agosto 1928 a Napoli nel borgo di Santa Lucia, nella stessa via e palazzo in cui era nato anche il suo amico Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, De Crescenzo lavorava inizialmente come ingegnere. Lasciato il suo lavoro all’IBM a causa della sua passione per la divulgazione, De Crescenzo apre la sua carriera da scrittore nel 1977 con Così parlo Bellavista. Il suo primo romanzo con protagonista il professor Bellavista diventa un bestseller che supera le 600 mila copie. Emblematico fu il suo intervento al Maurizio Costanzo Show, dove con un clamoroso “referendum” televisivo chiese: «È meglio che faccio lo scrittore o che torno a fare l’ingegnere?». La risposta la diedero i lettori e il proseguimento di una carriera straordinaria. De Crescenzo ha pubblicato più di cinquanta libri, con quasi 20 milioni di copie vendute nel mondo. I suoi scritti sono stati tradotti in 19 lingue e diffusi in 25 Paesi. Tra i suoi titoli più noti figurano Oi dialogoi (1985), Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo (1989), La storia della filosofia greca (1983 e 1986), Fosse ’a Madonna! (2012) e Garibaldi era comunista (2013). Tra i suoi lavori per il cinema, oltre alla trasposizione della sua prima opera letteraria, rimangono gli indimenticabili cult come 32 dicembre, Croce e delizia e Sabato, domenica e lunedì di Lina Wertmüller, in cui recitò al fianco di Sophia Loren. De Crescenzo ha rappresentato un punto di riferimento per diverse generazioni, riuscendo a portare nelle case della sua Napoli e del resto del mondo quel sapere che lui stesso non ha mai preso troppo sul serio, affrontandolo con l’umiltà di un “ingegnere filosofo” che viveva per trasmettere agli altri il proprio sapere. Un modo di fare, quello di Luciano De Crescenzo, che gli ha consentito negli anni di beneficiare dell’affetto incondizionato dei suoi lettori, e alle volte dell’antipatia e l’invidia di alcuni accademici che non apprezzavano una divulgazione che potesse toccare le menti di chiunque, e che alla fine invece ne ha pervaso anche i cuori. di Daniele Sasso

